La prima volta che qualcuno gli ha rovinato la macchina, evidentemente, non era bastata a fargli capire che quel cortile non fosse un parcheggio.
È successo un paio di anni fa, in un condominio dove abitavo da poco e nel quale il cortile interno aveva una funzione molto semplice: permettere l’accesso ai garage, lasciare spazio alle manovre e, soprattutto, consentire il passaggio in caso di emergenza. Non c’erano posti auto, non c’erano strisce e all’ingresso era affisso un cartello piuttosto evidente con scritto di non parcheggiare.
Eppure c’era questo ragazzo che, ogni tanto, lasciava lì la macchina.
Non abitava nel palazzo, veniva a trovare qualcuno, credo una ragazza del secondo piano, e aveva deciso che il divieto fosse più che altro un’opinione. Arrivava, entrava nel cortile, parcheggiava lungo il muro e spariva per ore. Il problema era che la sua auto restringeva parecchio il passaggio e costringeva tutti a fare manovre assurde per entrare o uscire dai garage.
La prima volta che l’ho visto parcheggiare lì ho pensato che si sarebbe fermato cinque minuti. Dopo un’ora la macchina era ancora al suo posto, dopo due pure.
Un vicino che doveva uscire con il furgone ha suonato tutti i citofoni cercando il proprietario.
“Di chi è la macchina grigia?”
Nessuno rispondeva. Alla fine è comparso il ragazzo, con tutta la calma del mondo.
“È mia, perché?”
“Perché devo uscire.”
“Ma ci passa.”
“Con una bicicletta forse. Spostala.”
Lui aveva fatto una faccia infastidita, come se il problema fosse il furgone troppo largo e non la sua macchina lasciata in mezzo al cortile.
“Un attimo, prendo le chiavi.”
Quell’attimo era durato quasi dieci minuti. Il vicino lo aveva aspettato appoggiato al clacson, poi il ragazzo aveva spostato l’auto di pochi metri, aveva fatto uscire il furgone e l’aveva rimessa esattamente nello stesso punto.
Qualcuno gli aveva già detto che non poteva parcheggiare lì, ma lui rispondeva sempre nello stesso modo:
“Resto poco.”
Il suo “poco” poteva significare una serata intera.
Una mattina trovammo un foglio sotto il tergicristallo: “QUESTO NON È UN PARCHEGGIO”. Pensavo che il messaggio fosse abbastanza chiaro, ma lui lo accartocciò, lo buttò per terra e salì nel palazzo senza neppure spostare la macchina.
Il giorno dopo qualcuno raccolse il foglio e glielo rimise sotto il tergicristallo.
Lui lo buttò di nuovo.
Non sapevo chi fosse l’autore dei biglietti, ma nel condominio cominciavano a essere tutti esasperati. Una signora anziana aveva difficoltà a fare manovra per raggiungere il suo garage, un altro vicino sosteneva di aver rischiato di strisciare il paraurti e il proprietario del furgone ormai, quando vedeva quell’auto, iniziava a imprecare ancora prima di spegnere il motore.
Io cercavo di non mettermi in mezzo. Non avevo il garage e la macchina del ragazzo non bloccava direttamente me, quindi mi limitavo ad assistere alla guerra a bassa intensità tra lui e il resto del palazzo.
Poi una sera qualcuno gli piegò uno specchietto all’indietro e lasciò un altro biglietto.
“LA PROSSIMA VOLTA CHIAMIAMO IL CARRO ATTREZZI.”
Il ragazzo salì le scale urlando che nessuno doveva toccargli la macchina e che, se aveva dato fastidio, sarebbe bastato citofonare.
Il vicino del furgone aprì la porta.
“Ti abbiamo citofonato almeno tre volte.”
“Non ho sentito.”
“Allora lascia il numero sul parabrezza.”
“Non devo lasciare il numero a nessuno.”
“Benissimo. Allora non lasciare nemmeno la macchina.”
Il ragazzo gli rispose che il cortile era abbastanza grande e che tutti stavano esagerando. Poi scese, rimise a posto lo specchietto e se ne andò sgommando, quasi fosse lui la parte lesa di un’ingiustizia internazionale.
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