“Cioè, non è che cioè potresti venire a dar da mangiare cioè al gatto nella settimana in cui cioè sarò via in ferie?”
Il mio vicino doveva partire per le vacanze. Solitamente è la sorella a occuparsi del gatto mentre lui è fuori casa, ma andando via proprio con lei non trovava altre soluzioni.
“Cioè tu hai sempre avuto gatti, quindi cioè di te mi fiderei… cioè, solo se puoi eh.”
In fondo era quasi Natale, ero pervaso da un insolito sentimento di altruismo e mi ero anche un po’ intenerito, forse per via delle preoccupazioni legate al mio stato di salute di quel periodo. Insomma, mi aveva beccato nel momento giusto.
“Eh… ok dai, parti tranquillo.”
Alla fine si trattava solo di entrare dieci minuti al giorno, riempire una ciotola e pulire una lettiera.
Non ho grandi rapporti con il mio vicino, ogni tanto scambiamo due parole quando ci incontriamo buttando la spazzatura, mi chiede del lavoro, degli animali, ha provato un paio di volte a coinvolgermi in lunghi discorsi sul buddismo, ma per il resto è il classico rapporto da “ciao”, “ciao”, “che caldo”, “che freddo”. E mentre scrivo questa frase mi viene inspiegabilmente in mente Colpo Grosso.
Mi lascia le chiavi e mi dice:
“Metterò il sacco del cibo sul tavolo della cucina.”
Il gatto, che chiamerò affettuosamente Pluto, come quello di Edgar Allan Poe, a detta del vicino è un vero bonaccione.
“L’appartamento sai qual è.”
Ovvio che lo so, è proprio sullo stesso pianerottolo di quello abitato prima dalla ballerina di lap dance e oggi da Dexter.
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