Proprio in quel momento sento arrivare dalle vicinanze la voce della vicina da incubo, che ha deciso di regalare al quartiere una sua personale interpretazione di “Vacanze romane”.
Dico personale perché della canzone originale è rimasta soprattutto la melodia. Le parole sono quasi tutte inventate, probabilmente frutto di audaci licenze poetiche, mentre le strofe vengono affrontate con la sicurezza di chi è convinto di avere un pubblico adorante nascosto dietro ogni finestra.
Poi arrivano gli acuti.
Sembrano quelli della Ricciarelli investita da un camion, con il camion che torna indietro per controllare di averla presa bene.
Continuo a camminare con le orecchie sanguinanti, riconoscendole almeno il coraggio nella scelta del pezzo e la totale assenza di paura del giudizio altrui.
Il canto liberatorio
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