Allora. Premessa: nel mio condominio, la parola serenità è un concetto astratto, roba da manuale di filosofia. Nessuno si sopporta, tutti si odiano cordialmente, ma vabbè, ci si sopravvive. Però se devo proprio scegliere il gruppo più assurdo in assoluto, vincono a mani basse i vicini che abitano sotto di noi: una famiglia del sud con cinque figli adulti – che definire “andati a male” è fargli un favore – più i genitori, che sembrano usciti da una sitcom tragicomica.
Qualche settimana fa, la nonnina che abita al piano terra – una signora mite ma con lo spirito imprenditoriale di un petroliere texano – ha deciso di sistemare il suo parcheggio. Ha fatto mettere il cemento fresco e aggiunto dei bei paletti con catena modello “zona militare”, per evitare che qualcuno ci parcheggiasse sopra. Fin qui nulla di male, fa bene. Ma indovina un po’ chi si è subito intromesso? Esatto. Il figlio dei nostri vicini di sotto, quello che deve sempre essere in mezzo a qualsiasi cosa succeda nel raggio di cinque chilometri.
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