La perla più recente, però, riguarda il cancello. Quando hanno fatto installare il garage elettrico – dopo tre settimane di martellate, trapani e bestemmie del povero installatore – hanno avuto la brillante idea di collegarlo alla centralina generale del cancello condominiale. Ora: non so chi gliel’abbia permesso, forse lo Spirito Santo, ma il risultato è che ogni volta che loro tornano a casa, si apre sia il cancello automatico che la serranda del loro garage. In contemporanea. Coordinati come in una coreografia di Broadway. Peccato che se il cancello è già aperto, il garage non parte. E se il garage è aperto, il cancello si blocca. Una specie di “o l’uno o l’altro” che ogni tanto li costringe a restare fermi in auto mezz’ora, a sperare in un miracolo digitale.
Ma la vera apocalisse è iniziata a marzo, quando hanno deciso – bontà loro – di ospitare regolarmente i nipoti. Tutti i giorni. Tutti.
Ora, non sarebbe nemmeno un problema, se i bambini abitassero lì, o se almeno giocassero con discrezione. Ma vengono da un altro quartiere, vengono lasciati lì come pacchi Amazon, e restano tutto il giorno in cortile. Non uno o due: quattro. Maschi, tra i cinque e i dieci anni. E vanno avanti dalle nove del mattino fino a quando la luce li regge, a urlare, rincorrersi, lanciare palloni ovunque (due antenne abbattute, un vaso distrutto, la macchina di Riccardo usata come muro per la palla avvelenata).
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