La domenica precedente ci eravamo alzati alle 10:20. Ci piace dormire un po’ di più nel fine settimana e quella mattina, fino a colazione, eravamo stati tranquilli.
Verso le undici abbiamo giocato a rincorrerci con nostro figlio. Saranno passati trenta secondi.
Colpo di scopa.
Capisco che correre si senta e posso anche fermarmi. Ma tra chiedere attenzione e battere sul soffitto appena comincia qualcosa c’è una differenza che, ormai, mi pesa parecchio.
Mi ritrovo a controllare quanto dura ogni gioco, aspettando la sua reazione. E quella sera, davanti al bambino seduto sul tappeto, ho finito la pazienza.
Sono scesa in pigiama per parlargli.
Non mi ha aperto.
Avrei voluto chiedergli cosa avesse sentito e spiegare cosa stessimo facendo. Magari avremmo scoperto che nel suo appartamento arrivano colpi che noi non immaginiamo.
Ma per capirlo bisogna parlare. Urlare dal piano di sotto e poi lasciare chiusa la porta non ci aiuta a trovare una soluzione.
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