Zoran, però, era anche un uomo profondamente innamorato.
Quando passeggiava con la sua compagna le teneva una mano sulla schiena, poi scendeva lentamente fino al sedere e concludeva il gesto con una sonora strizzatina.
Lei faceva sempre lo stesso copione.
Piccolo sussulto, risatina e schiaffetto sul braccio.
Una scena romantica… a modo loro.
Gli piaceva anche mangiare sul terrazzo, pure d’inverno.
La colonna sonora era sempre identica.
La lattina di birra che si apriva.
Qualche frase incomprensibile.
Un rutto.
Una risata.
E poi si ricominciava da capo fino al momento di accendere il triciclo.
Eppure, devo essere sincero.
Zoran, tutto sommato, è stato un buon vicino.
Gliel’ho anche detto.
Gli ho stretto la mano quando è nato suo figlio e di nuovo il giorno del trasloco.
Ho riacquistato la sensibilità delle dita solo parecchio tempo dopo.
Ed è probabilmente per questo che riesco a raccontare questa storia soltanto oggi.
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