Questa mattina la mia cagnolina, Nina, ha deciso che il suo intestino aveva priorità su qualsiasi altra cosa, tipo il mio sonno. Mi sveglia alle 5:30 precise, con quella sua zampetta sulla guancia e lo sguardo implorante da “se non mi porti subito giù ti faccio vedere il significato della parola ‘dispetto'”.
Guardo l’ora. 5:30. Buio. Silenzio. Freddo.
Chi vuoi che ci sia in giro a quest’ora, mi dico.
Il nostro è un condominio di periferia, quindici famiglie in tutto, la maggior parte over sessanta e con ritmi da orologio svizzero: alle 8 si svegliano, alle 9 commentano il meteo, alle 12 cucinano il risotto. Alle 5:30? Il nulla cosmico.
Quindi, faccio quello che ogni essere umano dotato di stanchezza farebbe: scendo in camicia da notte, con sopra la vestaglia, i calzini grigi con le orecchiette da coniglio e una ciabatta che fa “scloc scloc” perché si è rotta due settimane fa ma non ho ancora avuto il coraggio di buttarla. Capelli tipo spaventapasseri post-temporale, faccia da zombie di ritorno da una serata andata male, e lo sguardo mezzo chiuso che dice tutto.
Insomma, un quadro umano.
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