Probabilmente qualcuno di voi ricorda ancora le epiche — e francamente surreali — avventure del condominio maltese: la vicina polacca insegnante di yoga e suonatrice compulsiva di campane tibetane a ogni ora del giorno e della notte, l’appartamento arredato a tema Bollywood con tende improbabili e musica a volume da matrimonio indiano permanente, e naturalmente la “comune” tunisina con annessa passeggiatrice, che trasformava il pianerottolo in una specie di crocevia esistenziale.
Un microcosmo. Un esperimento sociale non richiesto. Una prova di resistenza.
Ebbene, dopo tutto questo, da più di sei mesi ho cambiato vita. Mi sono comprata una villetta — piccola, eh, niente di esagerato, giusto quel tanto che basta per non sentire respiri altrui attraverso i muri — completamente indipendente. E, come se non bastasse, anche un doppio parcheggio nel sotterraneo di uno stabile vicino. Un lusso che, dopo anni di guerra condominiale, ha il sapore della fantascienza.
I “vicini” più vicini — e sì, il gioco di parole resta obbligatorio — sono una famiglia di palestinesi che ho visto forse due volte in sei mesi. Non escono, non parlano, non fanno rumore. A questo punto ho sviluppato una teoria: sono vampiri. Ologrammi. Presenze simboliche. In ogni caso, perfetti.
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