Era il 2008. Ero uno studente fuori sede, con pochi soldi, tanti libri, e la testa piena di sogni incerti. Avevo affittato una stanza in un vecchio appartamento a Cagliari. Mi piaceva pensare di essere una persona rispettosa, invisibile quasi. Camminavo piano, evitavo di far rumore, anche quando il pavimento sembrava voler gridare sotto i miei passi. Vivevo come se stessi occupando uno spazio non mio, come se dovessi chiedere scusa solo per esistere.

Sopra di me, però, viveva l’opposto di tutto questo. Tre studenti. Due ragazze e un ragazzo. E lei—lei era l’oggetto del mio odio. Non ho mai conosciuto il suo nome, eppure la sua presenza era per me più reale di chiunque altro. Camminava avanti e indietro tutto il giorno con i tacchi. Tac. Tac. Tac. Sempre lo stesso suono, sempre lo stesso passo deciso e sprezzante. Ogni giorno. Ogni sera. Ogni notte. Fino all’1, quando, con uno strepito finale di PAPAPAPAM, sembrava finalmente decidersi a togliersi quelle maledette scarpe.

Mi svegliavo alle 7 del mattino e già sentivo quel martellare regolare sopra la mia testa. Era come se non avesse bisogno di dormire. Io, invece, avevo bisogno di silenzio, di tregua. Ma non l’ottenni mai.

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Luca

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