Ne ho parlato anche con la proprietaria di casa. Prima ci abitava lei, conosce bene i vicini e ha provato a intervenire in modo molto più deciso di me.
Non è cambiato abbastanza da poter dire che il problema sia risolto.
Quando racconto la situazione, qualcuno mi risponde che non ho figli e quindi non posso capire.
Può darsi che non conosca certe difficoltà. Però so distinguere una corsa occasionale da una mattinata passata ad aspettare il tonfo successivo. E non capisco perché parlare dei bambini debba chiudere anche il discorso sui cinque adulti che trascinano mobili.
Non voglio salire urlando. È proprio per evitarlo che ho cercato di parlarne con calma, più di una volta.
Ma ogni tentativo finito nel nulla mi lascia meno pazienza per quello successivo. Adesso, quando sento ridere mentre provo a spiegare il disagio, faccio fatica a restare lì senza arrabbiarmi.
La cosa che continuo a chiedere è piccola: venirci incontro. Cambiare qualcosa, provare una soluzione e vedere se funziona.
Intanto resto sul divano e sento una rincorsa attraversare di nuovo la stanza sopra di me.
Dell’altra metà del loro appartamento non so niente. Non l’ho mai sentita usare.
Solo sulla mia testa
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