Lo so che sono bambini. Li sento tutti i giorni.
Quando cerco di spiegarmi meglio, la conversazione si inceppa. Lei dice di non capire, io ripeto, cerco parole più semplici e alla fine torno sotto senza aver concordato nulla.
Il rumore ricomincia e io mi sento anche stupida per essermi preparata il discorso sulle scale.
Capisco le giornate di pioggia, la fatica di tenerli occupati, il bisogno di muoversi. Non mi aspetto che una famiglia organizzi ogni minuto pensando al mio soffitto.
Ma questa situazione va avanti da due anni e mezzo. I bambini escono pochissimo e il gioco in casa sembra non avere alternative, né di orario né di stanza.
E soprattutto non ci sono soltanto loro.
Nell’appartamento vivono anche cinque adulti, con orari diversi. C’è chi si alza quando un altro dorme, chi rientra, chi sposta qualcosa. Sedie trascinate, panche, mobili che dal rumore sembrano molto più grandi di una sedia: capita di giorno e capita di notte.
Così, quando finalmente finiscono le corse, non è detto che cominci il silenzio.
Al mattino può arrivare la telefonata ai parenti, fatta sul balcone e in vivavoce per questioni di fuso orario. Io magari sono ancora a letto e sento una conversazione alla quale non partecipo, ma che non posso nemmeno abbassare.
Mi ritrovo a conoscere i loro momenti della giornata mentre non riesco più a organizzare tranquillamente i miei.
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