Ci siamo liberati del vicino infame dopo quattro lunghissimi anni di terrore. Quattro anni che, a raccontarli così, sembrano quasi un’esagerazione narrativa, e invece sono stati un logoramento lento, quotidiano, fatto di piccoli e grandi episodi che ti scavano dentro e ti fanno sentire costantemente sotto processo.
Tutto è iniziato con i fogli. Fogli ovunque. Attaccati nell’androne, vicino all’ascensore, sulla bacheca condominiale, persino vicino alle cassette della posta. A volte erano fogli veri e propri, altre volte post-it, come se la minaccia dovesse essere più informale, più “domestica”. In quei messaggi c’eravamo sempre noi: io e il mio compagno, accusati di rumori immaginari, di comportamenti incivili, di chissà quali reati condominiali che, a suo dire, avrebbero presto portato a “denunce formali”. La parola “denuncia” ricorreva spesso, scritta in maiuscolo, come se bastasse quello a renderla reale.
Poi ha iniziato a frugare nelle nostre spazzature. Letteralmente. Sacchi aperti, rovistati, ricomposti alla meglio, come se stesse cercando la prova definitiva della nostra colpevolezza morale. E quando non trovava nulla di abbastanza scandaloso, decideva di crearlo lui.
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