L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Rumori dall’alto

Ho comprato casa per avere finalmente un posto mio e adesso passo le giornate ad aspettare il prossimo colpo sul soffitto. Trent’anni di mutuo per vivere con l’ansia dentro casa: se me lo avessero detto prima, probabilmente non ci avrei creduto.

Mi sono trasferito circa un anno fa. Avevo fatto sacrifici, rinunce, conti al centesimo, ma ero felice perché quell’appartamento rappresentava finalmente qualcosa di stabile e tranquillo. Le prime settimane sono trascorse senza particolari problemi, poi ho cominciato a sentire dei rumori provenire dal piano superiore.

All’inizio non ci ho dato troppo peso. Sopra di me vive una famiglia in affitto, con tre bambini, un cane e alcuni pappagalli, quindi era normale sentire passi, voci e qualche oggetto caduto. Non pretendevo certo il silenzio assoluto, soprattutto in un condominio.

Il problema è che non si trattava di qualche rumore ogni tanto. Erano colpi secchi e improvvisi, sedie trascinate sul pavimento, mobili spostati, oggetti lanciati o lasciati cadere, bambini che correvano e urlavano da una stanza all’altra. Il cane abbaiava, i pappagalli strillavano e tutto sembrava arrivare direttamente nel mio soggiorno.

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La sera non migliorava. Spesso andavano avanti fino alle undici, a mezzanotte e qualche volta anche oltre. Io alzavo il volume della televisione, poi lo abbassavo perché non aveva senso continuare a fare una gara. Alla fine ho cominciato a tenerla spenta: tanto, tra le corse e i colpi, non riuscivo comunque a seguire nulla.

La parte peggiore non era nemmeno il rumore in sé, ma l’attesa. Nei momenti di silenzio non riuscivo più a rilassarmi, rimanevo immobile ad ascoltare, sapendo che prima o poi sarebbe arrivato un altro tonfo. Ogni rumore improvviso mi faceva sobbalzare e, poco alla volta, ho smesso di sentirmi davvero al sicuro in casa mia.

Per mesi non ho detto nulla. Continuavo a ripetermi che avevano tre bambini, che magari l’edificio era isolato male e che avrei dovuto avere pazienza. Cercavo sempre una spiegazione ragionevole per loro, mentre intanto io dormivo male ed entravo in casa già teso.

Una sera, dopo l’ennesima serie di colpi, decisi di salire. Non ero arrabbiato e non avevo intenzione di litigare. Bussai e, quando aprirono, cercai di spiegare la situazione nel modo più tranquillo possibile.

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“Scusate se vi disturbo. Volevo soltanto chiedervi se la sera poteste fare un po’ più piano, perché sotto si sente davvero tutto.”

La reazione fu immediata.

“Noi non facciamo nessun rumore.”

“Non sto dicendo che lo facciate apposta, però si sentono colpi molto forti fino a tardi.”

“Allora hai dei problemi tu.”

Provai a restare calmo e a spiegare che non mi riferivo ai normali rumori quotidiani, ma non mi lasciarono quasi parlare. Cominciarono a insultarmi, ad accusarmi di perseguitarli e infine arrivò anche una minaccia abbastanza chiara. Fortunatamente avevo attivato la registrazione sul telefono prima di salire, temendo che potessero negare la conversazione.

Tornai nel mio appartamento con le mani che mi tremavano. Ero salito per chiedere un minimo di attenzione ed ero sceso sentendomi come se fossi stato io ad aggredire loro.

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