L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Non sono stata io

La seconda volta che la mia vicina ha danneggiato la mia auto ero lì, a pochi metri da lei, eppure ha abbassato il finestrino, mi ha guardata in faccia e ha detto: “Non sono stata io. Ti stai immaginando tutto.”

La cosa assurda è che non era neppure la prima volta.

La mia VDI ha 75 anni e, fino a qualche mese fa, tra noi non c’erano mai stati rapporti particolarmente buoni, ma nemmeno problemi così gravi. Io vivo in affitto, i proprietari di casa mi avevano raccontato di avere avuto parecchie discussioni con lei negli anni, però avevo deciso di non farmi condizionare. Pensavo che, comportandomi educatamente e occupandomi dei miei spazi, avrei potuto vivere tranquilla.

Poi quest’estate ho installato il climatizzatore.

Ho chiamato una ditta, fatto eseguire il lavoro sul muro del mio appartamento e verificato che fosse tutto in regola. Il motore esterno è una normale scatola bianca, uguale a migliaia di altre, ma per lei è diventato un affronto personale.

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“Quella cosa rovina tutto il muro.”

“È il muro dell’appartamento in cui vivo e l’installazione è regolare.”

“Non è decorosa.”

“È un climatizzatore, non un’insegna luminosa.”

Da quel momento ha cominciato a fotografarlo. Non una volta per documentare la situazione, ma continuamente, anche ogni tre o quattro giorni, sempre dalla stessa posizione e sempre con grande attenzione, come se si aspettasse che durante la notte il climatizzatore si moltiplicasse.

Poi ha iniziato a fotografare me quando uscivo, il mio fidanzato quando veniva a trovarmi e persino mia madre. Una mattina ho aperto la porta e me la sono trovata davanti con il telefono puntato.

“Perché mi stai fotografando?”

“Io fotografo quello che voglio.”

“Stai fotografando l’ingresso di casa mia.”

“Se non hai niente da nascondere, che problema c’è?”

Non ho mai capito che cosa avrei dovuto nascondere mentre uscivo con una busta della spazzatura in mano.

Ha anche chiamato delle persone perché venissero a controllare il climatizzatore. Non so chi fossero realmente, perché si sono presentate senza che io avessi ricevuto alcuna comunicazione ufficiale e non ho aperto.

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“Signora, dobbiamo vedere l’impianto.”

“Mandatemi una richiesta scritta e ditemi per conto di chi venite.”

La mia vicina, alle loro spalle, ripeteva che non volevo aprire perché evidentemente avevo qualcosa da nascondere. Io avevo soltanto imparato che, se una sconosciuta decide di trasformare il tuo climatizzatore in un’indagine internazionale, è meglio non fare entrare in casa chiunque suoni il campanello.

Poco dopo sono cominciati i dispetti più piccoli: sputi davanti alla porta, tappeti sbattuti sulle scale appena lavate, sporco lasciato apposta dove avevo appena pulito. Se mi vedeva con secchio e straccio, sembrava aspettare il momento giusto per passare.

Una volta stavo lavando le scale e sono uscita un attimo sul pianerottolo. Lei ha chiuso la porta comune lasciandomi fuori.

“Mi hai chiusa fuori.”

“Non ti ho vista.”

“Ero davanti a te con il secchio.”

“Allora dovevi stare più attenta.”

All’inizio cercavo di convincermi che fossero coincidenze. Non volevo trasformare ogni gesto in una provocazione e non avevo alcuna voglia di vivere contando sputi, fotografie e tappeti. Poi è arrivato il 22 agosto.

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