Vivo con mia moglie da sette anni in una bifamiliare, in un piccolo paese sperduto nelle campagne toscane, dove il silenzio dovrebbe essere una regola non scritta e il buio della notte è così fitto da sembrare una coperta. Una di quelle zone in cui senti i grilli d’estate e il vento che passa tra gli ulivi d’inverno. O almeno, così dovrebbe essere.
Abbiamo comprato questa casa con mille sacrifici. Giovani, contratti precari, stipendi che a malapena arrivavano a fine mese e la sensazione costante di stare facendo un salto più lungo della gamba. Ricordo ancora le sere passate a fare conti su conti, rinunciando a viaggi, uscite, piccoli lussi quotidiani. Ma quella casa rappresentava un’idea di futuro: stabilità, tranquillità, una base sicura da cui partire. Un sogno semplice, niente di più.
La nostra abitazione è la parte inferiore della bifamiliare. Quella sopra, purtroppo, è sempre stata in affitto. Questo significa che negli anni abbiamo visto passare un’umanità varia e spesso discutibile. Studenti rumorosi, coppie litigiose, famiglie improvvisate. Ma nessuno, nessuno, è mai riuscito a eguagliare i peggiori di tutti: una coppia con un figlio.
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