Tra qualche giorno dovrò ricominciare a lavorare seriamente in smart working e la cosa mi terrorizza più della sclerosi multipla, perché sopra casa mia non vive una famiglia, vive un ecosistema sonoro fuori controllo.
L’appartamento appartiene a un avvocato che ce l’ha dai tempi dell’università, ma nella pratica sembra gestito ancora come una corte feudale dove chiunque entra, esce, soggiorna, commenta e partecipa al caos generale.
Al momento infatti il piano superiore ospita stabilmente l’avvocato, la moglie, il figlio piccolo, la madre di lui, una donna di servizio e uno zio gravemente disabile.
E lo preciso subito perché non voglio sembrare una bestia, io stessa ho la sclerosi multipla quindi certe cose le conosco bene e non me la prenderei mai con una persona fragile, però vivere sotto questo appartamento significa passare le giornate dentro una specie di esperienza sensoriale estrema.
Lo zio comunica ululando.
È proprio il suo modo di esprimersi.
E la cosa assurda è che quando qualcuno prova a trattarlo normalmente sembra pure stare meglio, si calma, si rinforza quasi, ma evidentemente in quella casa preferiscono lasciarlo libero di reagire a ogni stimolo sonoro come una sirena d’emergenza umana.
Nel frattempo il nipote, che non ha ancora due anni ma possiede già l’energia distruttiva di un cinghiale imbizzarrito, passa la giornata correndo avanti e indietro per casa inseguito dalla madre, alternando cadute catastrofiche a urla, pianti e lanci di oggetti sul pavimento.
E lì entra in scena lei.
La madre.
La donna più entusiasta mai esistita.
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