Lavoravo presso un ufficio pubblico, di quelli dove la burocrazia si trascina lenta tra fascicoli, timbri e moduli compilati a metà. Tra gli utenti più assidui c’era una signora anziana, che aveva almeno novant’anni — minuta, con una voce sottile ma determinata, vestita sempre in modo impeccabile come se dovesse partecipare a un’udienza anche solo per venire a chiedere un documento. Si presentava regolarmente, almeno una volta a settimana, con la stessa richiesta: “accesso agli atti”, per poter procedere con una nuova denuncia ai danni di qualche vicino.
Il suo bersaglio preferito erano i condomini del suo palazzo. Li conosceva tutti per nome, cognome, grado di parentela e… numero di protocollo. A seconda del giorno ce n’era uno che lasciava la spazzatura fuori orario, uno che parcheggiava male, un altro che sbatteva troppo forte la porta del garage. Ogni piccolo fastidio diventava una questione di principio, una causa da portare avanti con dedizione quasi religiosa.
Un giorno, mentre compilava con meticolosa lentezza l’ennesima richiesta, le chiesi — con la cautela con cui si parla a chi maneggia la legge come una spada — come facesse ad avere tutta quella energia. Lei sorrise e mi raccontò che, anni prima, una sua nipote le aveva detto ridendo:
“Non morirai finché avrai tutte queste cause aperte.”
E lei, testarda com’era, aveva preso la frase come una sfida.
“E allora – mi disse – io le tengo aperte tutte. Una per ogni peccato del vicinato.”
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