Devo ammetterlo: adoravo i suoi outfit.
Erano esattamente il contrario di qualsiasi cosa avrei mai indossato, ma possedevano sempre una loro logica. Colori, accessori, scarpe e unghie erano coordinati con una precisione quasi militare. Ogni volta che la incontravo mi divertivo ad assegnare mentalmente un nome alla mise del giorno.
“Dea greca by night.”
“Pole dance in the market.”
“Too much mannacc.”
“Alice in Bitchland.”
“Abat-jour about tour.”
Aveva migliaia di vestiti e non credo di averla mai vista due volte con lo stesso abbinamento. Ogni apparizione era un evento, un’espressione irripetibile della sobrietà e dell’eleganza che caratterizzavano qualsiasi sua azione.
Ma il suo vero talento era il linguaggio.
Samantah non possedeva un vocabolario particolarmente esteso, però riusciva a infiltrarsi nei salotti bene della città e frequentava imprenditori, professionisti e vari esponenti del jet set locale. Ascoltandoli aveva raccolto una quantità impressionante di parole delle quali ignorava completamente il significato, ma che inseriva nelle conversazioni come decorazioni natalizie.
“Fado a fare la spesa al background del centro commerciale.”
“Ho chiamato l’impresa per farmi fare un business plan della facciata.”
“Vorrei delle unghie procrastinate di rosso occhioso profondo.”
Io l’ascoltavo incantato. Non capivo quasi mai che cosa volesse dire, ma in qualche modo il messaggio arrivava. Samantah non parlava italiano: lo personalizzava.
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