Abito con la mia famiglia, rigorosamente a stampo matriarcale, in un complesso di villette a schiera in una cittadina ligure da praticamente tutta la vita e quando dico tutta la vita intendo davvero tutta, perché i miei primi ricordi d’infanzia non sono legati a giocattoli o compleanni ma alle gite fuori paese per vedere come procedevano i lavori della nostra futura casa.
Siamo proprietarie da più di trent’anni, francesi di famiglia italiana, arrivate qui convinte di trovare il classico vicinato tranquillo da provincia ligure, fatto di saluti, basilico sui balconi e persone che si fanno gli affari propri.
Che ingenue.
Perché nel tempo abbiamo scoperto che questo condominio non era un gruppo di vicini.
Era un ecosistema.
Un piccolo regno fatto di personaggi assurdi, alleanze, rancori silenziosi e soprannomi perfetti inventati da mia nonna, donna che in fatto di cattiveria poetica era avanti anni luce.
E il più azzeccato di tutti era lui.
La rana.
Di fronte alla nostra cucina questo VDM ha il suo orto, il centro assoluto della sua esistenza, curato con un’ossessione che sinceramente rasenta il disturbo clinico.
Passa le giornate lì dentro a controllare piante, misurare distanze con il metro, sistemare foglie e parlare come se fosse il sovrano indiscusso del condominio.
Fisicamente poi ricorda davvero la rana dalla bocca larga della barzelletta, stessa espressione tronfia, stesso sguardo da creatura convinta di essere superiore a tutto il resto dello stagno.
La moglie invece esiste solo a tratti, compare raramente dai meandri della casa ma quando lo fa sembra il generale incaricato di mantenere operativo il quartier generale.
Lui intanto organizza riunioni sindacali improvvisate sotto la mia finestra, commenta tutto, controlla tutti e soprattutto ha un talento incredibile per fare rumore nei momenti più strategici.
D’estate, appena sente che siamo in cucina, parte la motozappa.
Sempre.
Come se avesse un radar.
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