L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

La mensola storta

Mi infilai le scarpe e uscii seguendo le vibrazioni. Il rumore sembrava provenire dal piano dei garage, dove ogni parete tremava come se qualcuno stesse scavando un tunnel sotto il condominio.

Attraversai due porte tagliafuoco e raggiunsi la zona delle cantine. Da una porta socchiusa uscivano una luce al neon e una nuvola di polvere grigia. Tra il rumore, le vibrazioni e il pulviscolo sembrava una discoteca hardcore degli anni Novanta. Mancavano soltanto le luci stroboscopiche e le cubiste.

Bussai più volte sulla porta metallica, cercando di farmi sentire.

Il demolitore si fermò e dalla cantina uscì un uomo alto e magro, con il viso coperto di lentiggini e polvere. Indossava degli occhiali spessi che gli ingrandivano gli occhi e teneva ancora in mano l’attrezzo.

Era il nuovo vicino, arrivato da un paio di settimane. Non avevo ancora avuto occasione di parlargli. Avevo intravisto lui e la moglie una sola volta e, dato che si assomigliavano in modo impressionante, inizialmente avevo pensato fossero fratelli.

Ecco un altro VDI:   Il pianto che dava fastidio

Cercai di presentarmi con un tono amichevole.

“Ciao, sono il vicino. Abito un paio di portoni più in là.”

Lui mi guardò senza accennare un sorriso.

“E allora?”

Non era esattamente l’apertura diplomatica che speravo, ma feci un respiro e gli spiegai che erano le due del pomeriggio, che nel palazzo abitavano molte famiglie con bambini piccoli o appena nati e che il demolitore faceva vibrare tutto il condominio. Gli chiesi quanto pensasse di andare avanti.

“Addirittura”, rispose, con l’aria infastidita di chi aveva appena scoperto che il calcestruzzo trasmette le vibrazioni.

Gli assicurai che sembrava davvero di averlo in casa e gli domandai se potesse interrompere i lavori fino alle quattro, quando sarebbe terminato l’orario del silenzio.

Mi guardò, sollevò nuovamente il demolitore e fece un altro buco.

“Tanto ho finito. E comunque non mi sembrava di fare tutto questo rumore.”

Nessuno “scusa”, nessun “non ci avevo pensato”. Soltanto un ultimo foro praticato davanti a me per chiarire chi avrebbe deciso quando fermarsi.

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