La vicina infame è quella che abitava all’ultimo piano del mio vecchio appartamento, una di quelle persone che riescono a trasformare anche la più tranquilla delle convivenze in qualcosa di snervante.
Nel mio palazzo non ci sono mai stati coetanei. Era uno di quei contesti un po’ “morti”, fatti di adulti, silenzi e porte chiuse. Io, poi, di carattere sono sempre stato piuttosto solitario, quindi non ho mai cercato rapporti con i vicini al di là del classico saluto veloce quando ci si incrocia sulle scale o davanti al portone.
Tutto tranquillo, finché un giorno questa qui non decide di chiedermi un favore. Mi ferma e mi chiede se posso badare a suo figlio per un po’, giusto il tempo di andare a fare la spesa. Dice che non vuole portarlo con sé perché poi il bambino insiste per avere le caramelle. Una richiesta buttata lì, con una naturalezza quasi disarmante.
Sfortunatamente accetto. Non tanto per convinzione mia, quanto perché mio padre, presente in quel momento, mi spinge a dire di sì. “Dai, che ti costa”, il classico. E così mi ritrovo in casa con questo piccolo “angelo”.
Peccato che di angelico avesse ben poco.
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