Abito in Inghilterra, in una di quelle strade talmente strette che per attraversarla bastano letteralmente tre passi, esci di casa, metti un piede sull’asfalto e sei praticamente già sul marciapiede opposto.
Ho due Jack Russell, un maschio e una femmina, entrambi convinti che ogni passeggiata sia una missione esplorativa durante la quale bisogna annusare qualsiasi muro, palo, cespuglio o oggetto abbandonato nel raggio di almeno un chilometro.
Una mattina li porto a fare i bisogni in una piccola strada senza uscita proprio dall’altra parte di casa.
Il maschio gira un po’, trova il punto perfetto, fa la cacca e io, da persona civile, prendo immediatamente il sacchettino, raccolgo tutto e lo chiudo.
La femmina, invece, si accovaccia e fa soltanto pipì.
Aspetto che finisca, controllo i guinzagli, mi giro e sto per tornare verso casa quando sento una voce alle mie spalle:
«Ha intenzione di lasciarla lì?»
Una voce forte, indignata e accompagnata da un tipico accento inglese “posh”, talmente elegante e impostato da sembrare uscito direttamente da una serie televisiva ambientata nell’alta società britannica.
Mi giro e vedo una vicina anziana che abita poche case più avanti.
Appena la riconosco mi viene quasi da ridere.
Non per la domanda, almeno non ancora, ma per quell’accento da quartieri aristocratici che utilizzava ogni volta che parlava con qualcuno.
La signora viveva in una casa con la porta quasi sempre spalancata e, dalle poche volte in cui avevo potuto vedere l’interno passando davanti, sembrava un luogo capace di far perdere il sonno all’intero dipartimento d’igiene.
Il marito, invece, trascorreva buona parte delle giornate seduto davanti all’ingresso, con una canottiera che probabilmente aveva conosciuto tempi migliori e una birra sempre in mano.
Ma erano fatti loro.
Io non ero certo lì per controllare la pulizia della casa degli altri, così cerco di rispondere con tutta l’educazione possibile.
«Prego?»
Lei indica la strada.
«La cacca del cane, la raccolga!»
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