Tipico palazzo costruito “in famiglia”. Già da lì si capisce l’aria che tira: più che un condominio, una convivenza forzata dove ogni decisione diventa una questione personale. Fratelli che abitano uno sopra l’altro, rapporti mai chiariti davvero e una quantità di rancori accumulati negli anni che basta una scintilla per far partire l’incendio.
Lo stabile, manco a dirlo, è rimasto mezzo incompiuto. Scale grezze, esterno lasciato a metà, lavori rimandati all’infinito. Per trentadue anni è stato sempre così: una volta si litigava, un’altra non c’erano soldi, un’altra ancora semplicemente non interessava a nessuno vivere in modo decoroso, purché si potesse dare fastidio agli altri. Una specie di equilibrio fondato sul dispetto.
Poi crescono i figli, si sposano, e ovviamente dove vanno a vivere? Negli appartamenti “tenuti liberi apposta”. Nuove famiglie, nuove dinamiche, stessi vecchi problemi. Anzi, amplificati. Più gente, più attriti, più occasioni per litigare anche per il nulla.
In tutto questo, la ciliegina: la città. Una di quelle dove l’acqua è un concetto più teorico che pratico. D’estate soprattutto, dal primo pomeriggio fino all’alba del giorno dopo, sparisce. Letteralmente. Niente. Zero. E non per un giorno, ma per settimane intere. Lavarsi, cucinare, vivere normalmente diventava una specie di impresa organizzativa.
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