Non era la mia vicina da incubo, era quella di un cliente, ma per colpa sua sono finito con il volto coperto di sangue, il furgone distrutto e una denuncia per aggressione.
Ho una piccola azienda agricola, coltivo ortaggi e piante, faccio consegne a domicilio e ogni tanto mi occupo di piccoli lavori di giardinaggio o della sistemazione di balconi e fioriere. Quel giorno dovevo lavorare a casa di un cliente che abitava in una villetta monofamiliare, in fondo a una strada chiusa di una zona residenziale molto tranquilla. Una di quelle vie dove le case sembrano tutte uguali e, almeno da fuori, non immagini certo di dover arrivare accompagnato dai carabinieri.
Il cliente mi aprì il cancello, entrai con il Transit e lo parcheggiai completamente dentro il suo passo carrabile. Cominciai a scaricare terriccio, attrezzi e alcune piante che avremmo dovuto sistemare nelle fioriere. Lui rimase con me qualche minuto, poi rientrò in casa per prendere le chiavi del rubinetto esterno.
Non erano passati neppure dieci minuti quando vidi arrivare due donne dalla strada. Una era anziana e camminava tenendo in mano uno scopettone da pavimenti, l’altra, probabilmente sua figlia, stringeva un ferro da stiro.
La cosa era già abbastanza strana, ma pensai che stessero trasportando degli oggetti da una casa all’altra. Invece venivano dritte verso di me e urlavano.
“Vattene immediatamente!”
Mi voltai pensando che ce l’avessero con qualcun altro.
“Dico a te! Porta via quel furgone!”
Provai a spiegare che stavo lavorando e che il mezzo si trovava nella proprietà del cliente, senza bloccare la strada né alcun accesso. La loro casa, peraltro, era a una cinquantina di metri.
“Non dà fastidio a nessuno, signora. Devo soltanto scaricare il materiale.”
La più giovane alzò il ferro da stiro e indicò il furgone.
“Qui non puoi stare. Vai a spacciare droga da un’altra parte.”
Ci rimasi di sale. Avevo addosso i pantaloni da lavoro, il furgone pieno di piante e una carriola appoggiata al cancello, ma secondo loro tutto quello doveva essere una copertura particolarmente elaborata.
“Guardi che sono un giardiniere, sono qui per lavorare.”
“Tu sei un delinquente”, gridò l’anziana. “Adesso chiamiamo i carabinieri e ti facciamo arrestare.”
La figlia continuava a ripetere che dovevo sparire, mentre la madre agitava lo scopettone come se fosse una lancia. Io non capivo se fossero seriamente convinte di quello che dicevano o se stessero soltanto cercando un pretesto per provocarmi.
Il cliente uscì di corsa, mi afferrò per un braccio e cercò di trascinarmi dentro il giardino.
“Lascia perdere, vieni dentro.”
“Ma chi sono queste?”
“Le vicine. Ho già chiamato i carabinieri, tu non rispondere e non avvicinarti.”
Solo allora capii dal suo tono che non era la prima volta. Mi fece oltrepassare il cancello e provò a chiuderlo, ma le due donne non si fermarono. L’anziana si avvicinò al Transit e colpì il cofano con il manico dello scopettone.
Una volta, poi un’altra.
“Ma che cosa sta facendo?” urlai.
La figlia arrivò accanto al parabrezza e lo colpì con il ferro da stiro.
Il primo colpo lasciò una crepa, il secondo la allargò. Subito dopo passò ai fari.
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