Una sera, intorno alle 23:30, il bambino continuava a piangere mentre il padre urlava. A un certo punto lo sento dire chiaramente:
“Adesso lo ammazzo.”
Ero già esasperato dai rumori, ma quella frase mi ha fatto alzare dal letto. Sono salito al sesto piano e ho bussato alla loro porta.
Il padre mi ha aperto visibilmente seccato. Fino a quel momento ci eravamo scambiati soltanto qualche saluto sulle scale, quindi probabilmente non si aspettava di trovarmi davanti casa sua a quell’ora.
Cercando di mantenere la calma, gli ho spiegato che dal mio appartamento si sentiva perfettamente tutto: il bambino che piangeva, lui che urlava e persino le frasi che pronunciava. Gli ho chiesto di smetterla, sia perché non riuscivamo a dormire sia perché quel modo di rivolgersi a un bambino così piccolo era inquietante.
Lui si è alterato immediatamente, dicendo che suo figlio sapeva educarlo da solo e che non dovevo intromettermi.
A quel punto mi sono alterato anch’io. Gli ho detto chiaramente che, se avessi sentito ancora colpi o minacce di quel tipo, avrei chiamato i carabinieri senza tornare prima a bussare.
Il suo atteggiamento è cambiato all’istante. È impallidito, ha abbassato i toni e mi ha assicurato che non sarebbe più successo.
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