Abitiamo in una villetta a schiera. Tre unità in tutto: una davanti, una in mezzo, una in fondo.
Noi siamo nella prima. Famiglia tranquilla, ritmi regolari, lavastoviglie alle 21, luci spente alle 23.
Nella terza ci abita una giovane coppia, sui trent’anni, che ha avuto da poco un bambino. Un angelo, davvero. L’abbiamo sentito piangere forse due volte in sei mesi. Lei sorride sempre, lui taglia l’erba anche per gli altri. Gente d’oro.
Poi c’è l’inquilino centrale.
Lo chiamo “il fenomeno”.
Sui cinquanta, fisico asciutto da ex sportivo, sguardo da eterno ragazzo, voce roca e volume sempre tarato su “urlatore da stadio”. Libero professionista — fa “consulenze”, dicono — e soprattutto libero da ogni forma di convivenza civile.
Durante il primo lockdown, mentre il resto del mondo sanificava le maniglie con l’alcol rosa e impastava pane come se ci fosse carestia, lui organizzava barbecue con amici a torso nudo. Grigliate epiche, con musica a palla e birre che rotolavano sul vialetto. Quando i decreti imponevano il divieto di spostamento tra comuni, da lui arrivavano in sequenza signorine con minigonne e trolley. Più puntuali del corriere.
Ha un’abitudine che ormai è parte integrante della nostra quotidianità: rutta. Ma non un ruttino discreto. No. Rutta a bocca aperta, come se volesse comunicare qualcosa in codice morse, e lo fa a volumi che superano la soglia del dolore acustico. Giorno, notte, non fa differenza. A volte rientro dal lavoro, tolgo le scarpe, mi siedo a tavola, e parte il saluto: *BRAAAAAH*. Da qualche parte oltre il muro. Mia figlia ha chiesto se ha un cane grosso. No, tesoro. È solo il vicino che digerisce.
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