Ho acquistato casa da qualche mese in una palazzina di 9 unità.
All’inizio sembrava tutto perfetto: i vicini gentili, sorrisi sulle scale, qualche chiacchiera di circostanza quando ci si incontrava nell’androne. Quelle piccole frasi di benvenuto che fanno pensare: ok, forse abbiamo fatto la scelta giusta. Io, il mio compagno e nostro figlio di quattro anni.
Nostro figlio ha ricevuto da poco una diagnosi di autismo. Chi conosce un minimo la questione sa che non esiste “un” bambino autistico uguale all’altro. Nel suo caso significa che può essere dolcissimo, affettuoso e curioso… ma anche incredibilmente vivace. E soprattutto, se va in sovraccarico, può avere dei meltdown veri e propri. Non il classico capriccio da bambino. Parlo di crisi in cui perde completamente il controllo: urla, piange, si agita. In quei momenti non funziona sgridarlo, non funziona ignorarlo, non funziona “calmarlo” con i metodi che normalmente si usano con altri bambini. Bisogna solo accompagnarlo, aspettare che passi, proteggerlo.
Abitiamo al secondo e ultimo piano e io sono perfettamente consapevole che un bambino del genere può essere una fonte di rumore. Per questo, appena arrivati, ho fatto quello che ritenevo corretto: ho parlato con i vicini più diretti. Mi sono presentata, ho spiegato la situazione e mi sono scusata in anticipo se ogni tanto avessero sentito qualche urlo o corsa. Non volevo che lo scoprissero all’improvviso pensando che fossimo semplicemente maleducati.
Tutti hanno annuito, qualcuno ha fatto anche una battuta rassicurante tipo “ma figurati, sono bambini”. In quel momento mi sono davvero sentita sollevata.
Poi sono iniziate le piccole crepe.
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