L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

I terribili coniugi B.

Nel mio palazzo vivono i coniugi B.

Due pensionati.

Due esseri umani che, invece di godersi la pensione guardando serie tv o coltivando pomodori sul balcone, hanno trasformato la finestra del salotto in una centrale operativa di intelligence condominiale.

Loro non osservano.

Monitorano.

Appena sentono il cancello aprirsi parte il rituale: scatto della tenda, faccia schiacciata contro il vetro, sguardo da interrogatorio della polizia di frontiera.

A volte mi viene il dubbio che abbiano un sistema di allarme collegato ai citofoni.

TRAC.

Cancello.

Tenda.

Occhi.

Sempre.

Se entra qualcuno che non conoscono iniziano pure il teatrino.

«Chi è?»

«Non lo so.»

«Secondo me va dalla ragazza del terzo.»

«No no, quello ha la faccia da tecnico della caldaia.»

Una volta li ho sentiti litigare mezz’ora perché lui sosteneva che il corriere Amazon fosse lo stesso del giorno prima e lei giurava fosse un altro.

Giuro.

Nel frattempo io facevo l’infermiera.

Turni assurdi, notti, stress, autobus presi all’alba con la faccia di chi spera solo di arrivare viva a fine settimana.

Ecco un altro VDI:   Il fischio delle sette meno cinque

Eppure il problema del palazzo ero io.

Un pomeriggio lui si presenta alla nostra porta.

Non per chiedere aiuto.

Non per salutare.

Non per una cosa normale.

No.

Per parlare col mio compagno.

Perché con me evidentemente non riusciva a interagire direttamente, tipo animale selvatico.

Io ero in cucina e sento lui, serissimo:

«Ma siete sicuri che sia prudente?»

Silenzio.

Il mio compagno:
«Prudente cosa?»

E lui, abbassando la voce come se stesse parlando di plutonio radioattivo:

«Beh… averla qui nel palazzo.»

Io all’inizio pensavo di aver capito male.

Invece no.

Il problema ero io.

Io che lavoravo in ospedale.

Secondo lui ero praticamente una minaccia biologica con le chiavi di casa.

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