I miei vicini hanno due rottweiler, Bruno e Rosie, e da poco ne sono nati ben nove cuccioli. Una cucciolata enorme, un piccolo esercito di musetti neri e zampe troppo grandi per i loro corpi. Non posso negarlo: sono bellissimi. Ma tutta questa faccenda dei cani, dei recinti e delle responsabilità mi ha fatto perdere la pazienza più volte.
Per mesi prima della nascita li tenevano separati: ogni volta che Rosie entrava in calore, Bruno veniva spostato nel recinto più lontano, oppure chiuso nel box dietro casa. Tutto per evitare l’inevitabile, dicono. Poi un giorno, all’improvviso, Bruno ha deciso che ne aveva abbastanza di stare separato. Ha sfondato la rete, un pannello dopo l’altro, e me lo sono ritrovato davanti, nel cortile comune, a correre come un forsennato tra me e la mia auto. Un momento surreale: io con le chiavi in mano, lui con gli occhi lucidi e la bava alla bocca. Ho chiamato subito i proprietari, che hanno mandato di corsa il padre a riprenderlo, ma era ormai troppo tardi. Poche settimane dopo, Rosie aspettava i cuccioli.
All’inizio, quando li ho visti, non potevo fare a meno di intenerirmi. Erano davvero splendidi. E, paradossalmente, almeno per un po’ la femmina smise di abbaiare come una disperata sotto le nostre finestre alle quattro e mezza del mattino. Prima, ogni mese, puntuale come un orologio, iniziava a ululare quando entrava in calore, svegliando mezzo quartiere fino all’alba, mentre i padroni dormivano beatamente o uscivano per andare al lavoro.
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