Il mio vicino di casa ha deciso che la notte è sopravvalutata.
Almeno, così pare.
Perché da mesi tiene accesi, 24 ore su 24, tre faretti esterni puntati sulla sua facciata — e, per estensione, sulla mia finestra.
Non sono semplici lucine decorative, eh.
Sono fari da stadio.
Roba che, se apri le tende alle due di notte, ti aspetti di vedere un elicottero dell’Interpol che atterra nel giardino.
All’inizio ho pensato: “Va be’, saranno temporanei. Magari ha paura dei ladri.”
Poi ho pensato: “Forse ha sbagliato timer.”
Poi ho capito che non c’è nessun timer: lui li lascia accesi sempre, con la serenità di chi crede che la luce tenga lontani non solo i malintenzionati, ma anche le bollette.
Ora, lo so: tecnicamente, non posso farci molto.
I fari sono suoi, puntano sul suo muro, anche se la traiettoria secondaria illumina il mio letto come se fossi sul palco di Sanremo.
Non c’è norma che dica “vietato simulare un’eclissi artificiale nel quartiere”.
Eppure, per un misto di inquinamento luminoso, nervi ottici e decenza ambientale, mi rode.
Vorrei dirglielo.
Vorrei bussare e dirgli con voce gentile:
“Guardi, i suoi faretti mi abbronzano nel sonno. Potrebbe spegnerli ogni tanto?”
Ma poi mi fermo.
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