Il mio compagno è paziente. Non si scalda facilmente, ma quando arriva al limite smette di discutere: cambia espressione e parla poco.
Lei aveva ricominciato.
“Non è possibile, dovete piantarla…”
Lui l’ha guardata e ha detto cinque parole:
“Ho fame. Occhio ai piedi.”
Poi ha chiuso la porta.
Da fuori sono arrivati altri borbottii e la promessa di parlare l’indomani “con quell’altra”.
Quell’altra sarei io. Che sono lontana da dieci giorni, ma evidentemente continuo a partecipare attivamente alla vita del palazzo.
A quel punto un altro vicino è intervenuto, invitandola a fare silenzio e a tornarsene a casa. Non ha scelto parole particolarmente diplomatiche, ma il concetto è arrivato.
Quando il mio compagno mi ha raccontato tutto, ho pensato alle spiegazioni che avevamo già tentato di darle, ai feltrini, alle prove con le sedie, alle conversazioni finite nel nulla.
Stavolta erano bastate cinque parole.
Non per convincerla che fossimo innocenti. Per riuscire finalmente a cenare.
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