Per anni ho vissuto nel condominio più tranquillo del mondo: quattro appartamenti, io e mio marito al primo piano e, intorno a noi, soltanto vicini anziani, silenziosi, dolci e gentili. Eravamo gli unici giovani del palazzo e alle otto di sera sembrava che qualcuno spegnesse direttamente l’intero stabile.
Poi la coppia che abitava sopra di noi dovette trasferirsi. L’affitto era aumentato e, con la pensione, avevano deciso che gli conveniva comprare altrove. Mi dispiacque molto vederli andare via, ma ancora non immaginavo quanto mi sarebbero mancati.
Al loro posto arrivò una donna sulla quarantina che, per comodità, chiamerò Hermione.
Già nei primi giorni notammo un via vai insolito di macchine e uomini. Non avevo bisogno di mettermi alla finestra per controllare perché nel palazzo avevamo già una rete di sorveglianza perfettamente funzionante, composta dalle vecchiette del quartiere. Ogni volta che tornavo dal lavoro, una di loro mi aggiornava sugli ingressi, sulle uscite e probabilmente anche sulle targhe.
Hermione l’avevo incrociata appena tre volte. Di lei mi erano rimaste impresse soprattutto due cose: il profumo talmente intenso da costringerti a cambiare strada e il fatto che non portasse mai fuori i bidoni della spazzatura. Mai. Prima di lei, i miei vicini di ottantacinque anni li trascinavano regolarmente fino alla strada. Lei niente, ma non erano affari miei e decisi di lasciar perdere.
Nel frattempo, nella palazzina accanto alla nostra morì un altro anziano e nel suo appartamento si trasferì il figlio. Lo chiamerò Dobby.
Dobby abitava al secondo piano e il suo balcone confinava con quello di Hermione. Era disoccupato, beveva parecchio e aveva l’abitudine di affacciarsi per rivolgere frasi senza senso agli anziani che passeggiavano nel giardino condominiale. Bestemmiava continuamente e riusciva a mettere a disagio persino i vecchietti che, normalmente, non si lasciavano impressionare da nulla.
Io detesto le bestemmie e, soprattutto, detesto chi spaventa i miei vecchietti. Ma continuavo a ripetermi che non erano affari miei.
Finché un giorno una bottiglia di birra, non si è mai capito come, partì dal balcone di Dobby e finì direttamente sul mio bucato.
Tornai dal lavoro, aprii la portafinestra e trovai i vestiti appena lavati completamente bagnati di birra, vetri sparsi sul balcone e un odore che mi fece venire il voltastomaco. Siamo musulmani, non beviamo e io detesto anche solo l’odore dell’alcol.
Mio marito, appena rientrato, voleva salire immediatamente da lui. Una vicina mi aveva confermato di averlo visto bere sul balcone, ma fui io a fermarlo.
“È la prima volta, magari ha dei problemi. Lasciamo perdere.”
Nessuna scusa, nessun biglietto, nemmeno due parole dette per sbaglio sulle scale. Nulla. Dobby continuò la sua vita come se la bottiglia si fosse lanciata da sola.
Ogni tanto, dal balcone, importunava anche il mio cane mentre si trovava nel giardino condominiale che i vicini mi lasciavano gentilmente utilizzare. Il mio cane è talmente coccolone che farebbe amicizia anche con un ladro, ma appena vedeva Dobby si rifugiava nella cuccia.
Avrei dovuto fidarmi del cane.
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