Il mio vicino continua a mettere ogni mattina la musica a palla con i bassi a mille.
Giuro, sembra che qualcuno stia facendo kickboxing contro il mio muro. Ogni colpo di cassa è come TAK TAK TAK, una specie di massaggio cardiaco non richiesto che mi sveglia, mi scuote e mi innervosisce nello stesso momento. E tutto ciò, puntuale come un orologio svizzero, dalle 10 alle 12. Non un minuto prima, non uno dopo. Pare abbia un contratto con qualche divinità dell’house music.
Il problema è che la mia scrivania è piazzata proprio contro la parete che confina col suo salotto. Io cerco di studiare, di concentrarmi, di capire perché il professore continua a sostenere che la funzione è derivabile solo se, non solo quando—ma niente, perché accanto a me c’è un DJ che vive la sua personalissima Ibiza domestica.
Una volta gliel’ho fatto notare. Citofono, sorriso cordiale, voce gentile. E devo dire che aveva abbassato senza protestare. Ho pensato: “Che bravo. Magari è solo un po’ distratto.”
La seconda volta, quattro mesi dopo—quattro, mica due giorni—mi ha guardata come se gli stessi chiedendo di rinunciare all’ossigeno. Si vedeva proprio lo sforzo titanico di non sbuffare. Ha abbassato sì… ma con la faccia di uno a cui hai appena chiesto di adottare un mulo zoppo.
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