Condominio in montagna, uno di quei posti dove, almeno sulla carta, dovresti andare per trovare pace, silenzio, aria pulita e magari svegliarti la mattina con il rumore degli uccellini, il profumo del bosco e una vista capace di riconciliarti con il mondo.
Sulla carta, appunto.
Per anni la gente veniva soltanto un mese all’anno, qualcuno ad agosto, qualcuno durante le vacanze di Natale, per il resto del tempo noi ci abitavamo praticamente da soli e sembrava di vivere in Norvegia, silenzio assoluto, pochissime macchine, nessuno che rompeva le scatole e quella meravigliosa sensazione di essere gli ultimi esseri umani rimasti sulla Terra.
Poi è arrivato il Covid e qualcosa è cambiato, improvvisamente il condominio si è riempito, le seconde case sono diventate prime case, quelli che vedevamo una volta all’anno hanno cominciato a presentarsi sempre più spesso e nuovi personaggi sono comparsi dal nulla.
Poco male, direte voi, più gente, più compagnia.
Sì, se fossero stati normali.
Il problema è che, nel giro di pochissimo tempo, quello che sembrava un tranquillo condominio di montagna si è trasformato in una specie di esperimento sociale, un concentrato di disagio umano e animale talmente perfetto che, se avessero installato delle telecamere, probabilmente Netflix ci avrebbe fatto otto stagioni e uno speciale natalizio.
Avevamo il cacciatore, per esempio, un uomo che riusciva a lasciare due poveri cani da caccia chiusi nel baule di una macchina piccola anche per più di quattordici ore, mentre lui, evidentemente stremato dalle proprie attività, doveva smaltire quello che sembrava un coma etilico.
I poveri animali, ovviamente, abbaiavano e guaivano per ore, e indovinate dove si trovava il suo garage?
Esattamente sotto la nostra camera da letto.
Così, mentre lui dormiva beatamente, noi passavamo la notte ad ascoltare due cani disperati, chiusi dentro un’automobile, chiedendoci quanto tempo ci sarebbe voluto prima di perdere completamente la ragione.
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