Questa è una storia di qualche anno fa, di quando abitavo ancora con i miei. Vivevamo all’ultimo piano di un palazzo tranquillo, e proprio accanto a noi, sullo stesso pianerottolo, abitava mia nonna. Una signora d’altri tempi: silenziosa, discreta, sempre con un libro in mano, e una passione viscerale per i suoi gerani.
I gerani di nonna non erano semplici fiori. Erano una missione, un’estensione della sua personalità, l’unica vera attività che la tirava giù dal letto in un lampo. Letteralmente: se qualcuno osava toccarglieli, le tornava una forza che nemmeno i fisioterapisti riuscivano a spiegarsi. Poteva restare allettata venti ore al giorno, ma se solo sentiva che qualcuno aveva sfiorato un vaso… si rizzava in piedi e partivano gli schiaffoni.
Poi arrivarono i nuovi vicini.
Dapprima tutto tranquillo. Poi iniziarono a lamentarsi. Prima per i gerani: dicevano che nonna non poteva tenerli fuori. Noi facemmo notare, con tono pacato e regolamento condominiale alla mano, che sì, in effetti poteva. A loro però non andava giù il fatto che ogni tanto – ogni tanto! – qualche petalo potesse cadere sul loro balcone. Balcone che, va detto, sembrava un esperimento botanico di abbandono: muffa, muschio, sporco stratificato sugli angoli come fossili. Ma il vero problema, secondo loro, era mia nonna: sostenevano che facesse troppo rumore.
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