Abitavo in un condominio di 24 famiglie.
Un bel numero, vero? Ventiquattro famiglie. Ventiquattro campanelli, ventiquattro modi diversi di interpretare la convivenza. Una giungla in verticale.
Io ero al secondo piano. E già bastava così.
Al primo, sotto di noi, una coppia che una volta faceva i medici. Sottolineo una volta, perché ormai il massimo sforzo medico che facevano era ingoiare Tavor come fossero tic tac e stendere le serate tra urla, musica a palla e amici che sembravano usciti da una festa del liceo del ‘93, ma andata avanti 20 anni di troppo.
Le tracce delle loro notti brave erano un appuntamento fisso con l’alba: i netturbini trovavano regolarmente buste dell’umido piene abbandonate in strada, cartoni di vino, scatole di farmaci tranquillanti vuote, mozziconi ovunque e, non di rado, anche qualche vomitata strategica vicino all’aiuola condominiale. Una volta ho trovato pure una ciabatta spaiata appoggiata alla mia portiera. Non era mia. E non voglio sapere come ci sia arrivata.
Al quarto piano, invece, viveva una famiglia con il nostro stesso cognome. Che, detta così, sembrerebbe anche una cosa simpatica.
Non lo era.
Avevano un passatempo che sfiorava il maniacale: staccare l’etichetta con il nostro nome dalla cassetta della posta. Sempre e solo la nostra. Risultato? Le raccomandate sparivano, i telegrammi non arrivavano mai, e ogni tanto qualcuno del palazzo ci accusava di non rispondere agli avvisi di condominio. Una volta ho messo l’etichetta con l’Attak. L’hanno staccata comunque. Devono aver usato una spatola o i denti.
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