Il giorno in cui il vicino ha chiamato la polizia per impedirmi di montare un cancello sulla mia proprietà, ho capito che per anni avevamo confuso la pazienza con la disponibilità a farci prendere in giro.
Io e mia moglie abitiamo da qualche anno in una villetta raggiungibile attraverso un piccolo stradello laterale. Non è una strada comunale, non è un passaggio pubblico e non è uno spazio dalla proprietà incerta: risulta nei nostri atti e al catasto, con confini abbastanza chiari da non lasciare molto spazio alle interpretazioni.
Quando comprammo casa, però, ci accorgemmo che alcuni vicini avevano sviluppato abitudini tutte loro. Sullo stradello c’erano cassette della posta che non appartenevano a noi, passavano persone che non conoscevamo e, ogni tanto, vedevamo entrare qualcuno con valigie o buste della spesa per raggiungere porzioni delle abitazioni confinanti.
All’inizio chiedemmo spiegazioni.
“Scusate, ma queste persone da dove passano?”
“Da qui.”
“Questo lo vediamo. Perché?”
La risposta era sempre una variante di:
“È sempre stato così.”
Era diventata una specie di formula magica. Una cosa era lecita perché era sempre stata fatta, un accesso diventava pubblico perché nessuno lo aveva chiuso e una consuetudine si trasformava in un diritto semplicemente ripetendola abbastanza a lungo.
Uno dei vicini, che chiamerò I., aveva persino diviso la propria casa in modo che alcune persone utilizzassero lo stradello come ingresso. Noi vedevamo arrivare gente nuova, ma nessuno veniva mai a chiederci il permesso o almeno ad avvisarci.
Una volta fermai un ragazzo che stava cercando una delle cassette della posta.
“Scusa, dove devi andare?”
Mi indicò la casa di I.
“Abito lì.”
“Da quanto?”
“Da poco.”
“Ti hanno detto che questo ingresso è privato?”
Mi guardò perplesso.
“No, mi hanno detto di passare da qui.”
Non me la presi con lui, perché evidentemente non ne sapeva nulla. Il problema era chi gli aveva consegnato le chiavi di un appartamento facendogli credere che l’accesso attraverso la proprietà altrui fosse compreso nell’affitto.
Provammo più volte a parlarne con I. e con un altro vicino, C. Nessuno negava apertamente che lo stradello fosse nostro, ma appena chiedevamo di regolarizzare la situazione iniziavano i sorrisi, le mezze frasi e i discorsi sul passato.
“Non vorrete mica impedire alla gente di entrare in casa.”
“Non vogliamo impedire niente. Vogliamo sapere chi passa sulla nostra proprietà e in base a quale diritto.”
“Ma non ha mai dato fastidio a nessuno.”
“A noi sì.”
“Prima di voi nessuno aveva fatto storie.”
Quella frase mi colpiva sempre. In pratica, secondo loro, comprando casa avevamo ereditato anche l’obbligo di accettare tutto ciò che i proprietari precedenti non avevano contestato.
Io e mia moglie continuammo a rimandare perché non volevamo iniziare una guerra di vicinato. Ogni volta ci dicevamo che avremmo affrontato la questione con calma, magari trovando un accordo scritto. Nel frattempo, però, lo stradello veniva usato sempre di più e le persone che lo attraversavano si comportavano come se fossimo noi quelli fuori posto.
Il punto di rottura arrivò quando ci rendemmo conto che quella situazione non era più una cortesia occasionale. Era diventata la normalità per tutti, tranne che per i proprietari.
Facemmo controllare nuovamente documenti, mappe e atti, poi comunicammo che avremmo sostituito il vecchio accesso con un cancello nuovo. Le chiavi sarebbero state consegnate a chiunque fosse in grado di dimostrare un diritto di passaggio scritto. Per evitare accuse di dispetto, decidemmo di darne una persino a C., nonostante la sua posizione fosse tutt’altro che chiara.
La mattina fissata arrivarono gli operai. Avevano appena scaricato il materiale quando comparve I.
“Che cosa state facendo?”
“Montiamo il cancello.”
“Non potete.”
“È sulla nostra proprietà.”
“Da qui passa della gente.”
“Lo sappiamo. È esattamente il problema.”
I. si allontanò con il telefono in mano. Pochi minuti dopo arrivò la polizia.
Gli agenti ascoltarono prima lui, poi noi. Tirammo fuori i documenti e spiegammo che non stavamo murando nessuno dentro casa, ma sostituendo un cancello sul nostro accesso privato. Uno degli agenti controllò le carte, parlò con gli operai e alla fine disse:
“Da quello che ci avete mostrato, potete procedere.”
I. tentò un’ultima obiezione.
“Però qui si è sempre passati.”
L’agente lo guardò.
“Se ritiene di avere un diritto, dovrà dimostrarlo nelle sedi opportune. Noi non possiamo inventarlo sul posto.”
Gli operai ripresero a lavorare e I. rimase lì ancora qualche minuto, con l’espressione di chi aveva chiamato un’autorità aspettandosi che interrompesse tutto e invece si era ritrovato a fare da pubblico al montaggio.
Quel giorno pensammo che il peggio fosse passato.
Non avevamo ancora fatto i conti con C.
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