L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Stradello mio, ti riconquisterò

I. scriveva di aver parlato con un notaio e mi chiedeva di inviargli gli atti di provenienza della nostra casa. In copia c’era anche C.

Lessi il messaggio una prima volta, poi lo feci leggere a mia moglie.

“Tu hai capito che cosa vogliono?”

“Vogliono i nostri atti.”

“Questo l’ho capito. Ma perché dovremmo mandarli a loro?”

La cosa che ci insospettì di più fu il linguaggio. Non si parlava di servitù, di proposta, di accordo economico o di un diritto specifico. Si parlava genericamente di “passaggio”, come se la vaghezza potesse lasciare aperte tutte le interpretazioni.

Risposi soltanto a mia moglie:

“I documenti li mandiamo all’avvocato.”

Non replicai a I. e inoltrai l’intera email al nostro legale. Se davvero un notaio aveva bisogno di consultare gli atti, avrebbe saputo come recuperarli attraverso i canali previsti. Non vedevo alcun motivo per spedire la documentazione direttamente ai vicini, per di più in una conversazione che comprendeva anche C.

I. provò a chiedermi se avessi letto.

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“Sì.”

“Allora mi mandi gli atti?”

“Ne sta occupando il mio avvocato.”

“Ma non serve mettere in mezzo gli avvocati.”

“Mi hai chiesto documenti relativi alla proprietà dopo aver parlato con un notaio. Direi che l’avvocato è esattamente la persona da mettere in mezzo.”

“Vogliamo soltanto chiarire.”

“Perfetto. I professionisti chiariranno.”

Da quel momento i tentativi di conversazione informale diminuirono parecchio. C. continuò ancora per un po’ a osservare ogni lavoro, ma le chiamate diventarono meno frequenti. I. smise di fare battute sui Caraibi e, quando mi incontrava, si limitava a un saluto breve.

Noi, intanto, raccoglievamo tutto: fotografie, messaggi, testimonianze, copie delle segnalazioni e ogni documento utile. Non era il modo in cui avevamo immaginato di vivere nella nostra villetta. Avremmo preferito utilizzare lo stradello senza dover dimostrare ogni settimana che ci apparteneva, ma a un certo punto avevamo capito che la disponibilità non sarebbe stata ricambiata.

La cosa più assurda era che nessuno di noi aveva mai voluto impedire per principio ai vicini di trovare una soluzione. Avevamo chiesto soltanto che fosse chiara, scritta e rispettosa della proprietà. Loro, invece, sembravano considerare offensivo persino il fatto di dover chiedere ciò che per anni si erano limitati a prendere.

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Con il tempo, lo stradello cambiò aspetto. Non c’erano più le cassette abusive, le persone sconosciute non entravano come se fosse un vicolo pubblico e chi aveva una chiave doveva almeno riconoscere che esisteva un cancello, con un proprietario dall’altra parte.

Anche noi cambiammo abitudini. Le prime settimane, ogni volta che sentivamo un’auto rallentare, ci affacciavamo aspettandoci un’altra pattuglia o una nuova contestazione. Poi le giornate cominciarono a tornare normali. Il cancello si apriva, si chiudeva e nessuno pretendeva più che venisse smontato.

Non so se la questione sia finita per sempre. Quando ci sono proprietà, passaggi e vicini convinti che “è sempre stato così” equivalga a un atto notarile, conviene non dare nulla per scontato. Per questo tutte le carte sono ancora conservate nella loro cartellina, ordinate e pronte.

Ma oggi lo stradello è tornato a essere quello che avrebbe sempre dovuto essere: l’accesso privato a casa nostra, non l’ingresso secondario di mezzo quartiere.

Io e mia moglie abbiamo persino pensato di festeggiare tra Natale e Capodanno. Niente di enorme, soltanto un tavolino, un brindisi, del pandoro e magari qualche amico che conosce tutta la vicenda.

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Mia moglie ha già proposto il nome: “Stradello Liberato Party”.

Io vorrei aggiungere un piccolo cartello commemorativo vicino al cancello:

“Qui finì l’usucapione immaginaria del 2024.”

Non so se lo metteremo davvero. Ma tengo già da parte il posto.

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