Dove abito io, giù in Sicilia, vivo in una palazzina che, tutto sommato, è sempre stata abbastanza tranquilla. Non parlo del silenzio zen di un monastero tibetano, eh — siamo pur sempre al Sud, la gente parla, ride, discute, cucina con le finestre aperte e, se c’è un matrimonio, il clacson è obbligatorio. Però, bene o male, il livello di rumore è sempre rimasto entro limiti umani.
Gli unici disturbi, una volta ogni tanto, arrivano dal meccanico di fronte. Ogni mattina accoglie la strada con la sua orchestra: compressori, chiavi a percussione, portiere sbattute, e quei rombi di motore provati come se stesse preparando la macchina per un gran premio. Ma almeno lui lavora, e a certe ore smette. E poi c’è quel vicino che, invece dei nipoti, sembra avere una mandria di cavalli. Non si vedono — nessuno li ha mai visti — ma si sentono chiaramente correre nel corridoio e sbattere zoccoli immaginari contro il pavimento. Avranno i ferri ai piedi o i pattini, non lo so. Fatto sta che, nonostante tutto, non si stava poi così male.
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