A un certo punto qualcuno le fa notare, giustamente, le norme COVID: niente contatto ravvicinato con prodotti che poi non compri. Lei reagisce infastidita, come se le stessero interrompendo un rituale sacro.
Nel frattempo, la figlia — coerentemente con l’impostazione familiare — aveva trasformato la corsia in un cantiere creativo. Stava costruendo castelli di carote, impilandole con una certa perizia architettonica, salvo poi ciucciarne qualcuna ogni tanto, probabilmente per testarne la qualità strutturale.
Io, nel frattempo, mi ero già appiattita dietro una cassa di arance da spremuta, cercando di diventare invisibile. Respirazione controllata, movimenti minimi. Tecnica appresa negli anni di sopravvivenza condominiale.
Ed è lì che lo noto.
Lei indossava uno dei miei pigiami. Uno di quelli misteriosamente scomparsi durante il trasloco. Non “simile”. Non “uguale”. Proprio il mio. Riconoscibile senza ombra di dubbio, come un vecchio nemico incontrato per strada.
In quel momento, tutte le rate future, gli interessi, le ansie bancarie… si sono improvvisamente ridimensionati.
Di colpo, il mutuo mi è sembrato non solo accettabile, ma addirittura buono e giusto.
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