L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Tre giorni

Gli abeti erano lì prima di me e, se fosse dipeso dai nuovi vicini, avrebbero dovuto sparire tutti entro tre giorni.

La casa è della mia famiglia dal 1992, io sono nata l’anno dopo, quindi non riesco nemmeno a ricordare un’estate, un Natale o un fine settimana della mia infanzia senza quel giardino. È una casa in montagna, con un terreno molto più grande rispetto alle due proprietà confinanti e ventidue abeti che negli anni sono diventati parte del paesaggio. Alcuni sono enormi, altri più piccoli, ma li conosco tutti, so quali perdono più aghi, quali fanno ombra nel pomeriggio e sotto quale si riparava sempre il mio gatto.

Quando è morto lo abbiamo seppellito proprio lì, in un angolo tranquillo del giardino.

Per me, quindi, non è una seconda casa qualsiasi. È uno dei pochi posti rimasti esattamente come lo ricordo da bambina, o almeno lo era fino all’anno scorso, quando una delle due abitazioni confinanti è stata acquistata da un uomo che, nel giro di pochi mesi, è riuscito a trasformare ogni questione in una guerra.

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All’inizio si era presentato come una persona molto precisa.

“Mi piace che tra vicini le cose siano chiare”, aveva detto a mio padre.

Sembrava una frase ragionevole. Solo dopo abbiamo capito che, per lui, “chiare” significava che gli altri dovevano adeguarsi a ciò che decideva lui.

La prima lamentela riguardava gli aghi degli abeti che il vento portava sul suo terreno. Poi erano arrivati i rami, secondo lui troppo vicini al confine, anche quando si trovavano parecchi metri all’interno della nostra proprietà. In autunno aveva iniziato a fotografare le pigne cadute vicino alla rete e a mandarci le immagini come se stesse documentando una discarica abusiva.

“Qui è pieno”, mi aveva scritto una volta.

Nella fotografia si vedevano sette pigne.

Gli avevo risposto che avremmo pulito quando fossimo saliti in montagna. Lui aveva replicato che non poteva aspettare i nostri comodi e che gli alberi andavano “gestiti professionalmente”.

Mio padre, pur di mantenere rapporti civili, aveva fatto controllare e potare alcuni rami che si avvicinavano alla recinzione. Avevamo pagato tutto noi, naturalmente. Pensavamo che il problema fosse risolto, invece il vicino aveva interpretato la nostra disponibilità come la conferma di avere autorità sul giardino.

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Da quel momento ogni volta che arrivavamo trovavamo qualcosa da discutere. Un ramo che faceva ombra, le radici che secondo lui sarebbero arrivate sotto il vialetto, il muschio vicino alla rete, perfino il rumore degli aghi quando c’era vento forte.

“Questi alberi sono troppo grandi”, ripeteva.

“Erano già grandi quando hai comprato casa”, gli avevo risposto.

“Questo non significa che debbano restare.”

“Perché no?”

“Sono pericolosi.”

Gli avevo chiesto sulla base di che cosa lo sostenesse. Lui aveva indicato le cime degli abeti.

“Si vede.”

Io guardavo gli alberi, poi guardavo lui, ma continuavo a non vedere niente. Gli abeti erano in piedi da decenni, non presentavano cedimenti evidenti e avevano superato nevicate e temporali ben più seri delle sue osservazioni dal confine.

Poco dopo anche l’altro confinante aveva iniziato a lamentarsi. Con lui, fino a quel momento, non avevamo avuto veri problemi. Ci salutavamo, ci avvisavamo se vedevamo qualcosa di strano e per anni aveva convissuto con quegli alberi senza considerarli una minaccia. Dopo l’arrivo del nuovo vicino, improvvisamente, anche lui aveva cominciato a parlare di sicurezza.

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Una mattina li avevo trovati insieme davanti alla rete.

“State controllando qualcosa?” avevo chiesto.

Il nuovo vicino aveva indicato un abete.

“Quello pende.”

“È sempre stato così.”

“Appunto, prima o poi cade.”

L’altro aveva annuito con molta convinzione.

“Con il vento che c’è qui non si può mai sapere.”

“È una montagna. Il vento c’era anche prima che compraste casa.”

Mi avevano risposto che non volevo affrontare il problema. Io avevo detto che, se ci fossero stati dubbi concreti, avremmo fatto eseguire una verifica da una persona qualificata, ma non avremmo abbattuto alberi sani perché a loro davano fastidio gli aghi e l’ombra.

La conversazione era finita lì, almeno così credevo.

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