L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Quando il vicino di merda ero io

Quando ero piccolo abitavo con i miei in un appartamento in affitto.
Un condominio in piena città, uno di quelli grandi, solidi, con i muri spessi e i soffitti alti. La casa era enorme per gli standard di oggi: qualcosa come 140–150 metri quadri. Per me, bambino, era uno stadio. Un mondo intero.

Il calcio, all’epoca, era tutto. Non un hobby, non una passione: una vocazione mistica. Quando non ero a scuola, quando non avevo i compiti da fare, quando non ero a scuola calcio, correvo. Correvo per casa. Sempre. Con la mia fedele palla di spugna, ormai deformata, consumata, perfetta.

Impersionavo chiunque.
Qualsiasi giocatore.
Qualsiasi partita.
Finali mondiali, derby infuocati, recuperi impossibili.

Esultavo. Scivolavo. Segnavo gol irreali. Tutto avveniva tra la sala principale e uno dei due ingressi. Almeno avevo avuto il buon senso — se così si può chiamare — di rompere le palle solo in un’area circoscritta della casa. Certo, quell’area era comunque enorme, ma nella mia testa era già una forma di autocontrollo.

Ecco un altro VDI:   Flessibile

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