La mia vicina infame non era una vicina qualunque. Era la figlia della mia paziente, che abitava al piano terra. Lei invece viveva al piano di sopra.
Per capirci: una villetta su due livelli, apparentemente tranquilla, con un’unica struttura ma due mondi completamente separati. La casa della madre al piano terra, quella della figlia sopra, raggiungibile tramite una scala interna. Una di quelle situazioni che, viste da fuori, sembrano normali. Dentro, molto meno.
Io seguivo la madre, una donna ormai gravemente malata, in fase terminale. Notte e giorno. Un lavoro delicato, silenzioso, fatto di attenzione, rispetto, stanchezza e di quella tensione costante che accompagna chi assiste una persona che sta lentamente spegnendosi.
La figlia, invece, era… un’altra cosa.
La mia “dolce” vicina.
Fin dall’inizio mi era stato espressamente ordinato dai fratelli di non farla entrare in casa durante la notte. Ordine secco, non spiegato nei dettagli, ma pronunciato con quel tono che non ammette repliche. Io, ingenuamente, avevo pensato a dinamiche familiari difficili, a dissapori, a conflitti mai risolti. Nulla che mi facesse immaginare quello che sarebbe successo.
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