L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Mater tenebrarum

Affitto un appartamento a due ragazze russe.
Brave, ordinate, precise, sempre in regola.
Nessun problema, mai una lamentela.
Finché una di loro non decide di invitare la madre.

“Solo per un po’,” mi dice.
La signora ha appena divorziato da un italiano e non sa dove andare.
Io, da persona civile, cerco di fare le cose per bene: aggiorno il contratto, inserisco anche la madre come coabitante.
Tutto legale, tutto chiaro.

Poi, improvvisamente, la figlia si sposa e se ne va.
Così, nell’appartamento, restano la madre e l’amica della figlia.
E lì comincia l’incubo.

Dopo qualche settimana, la coinquilina — povera anima — mi scrive in lacrime:
dice che la madre è ingestibile, che urla, insulta, pretende di comandare, e che non si può vivere con lei.
Ha 53 anni, ma si comporta come se fosse la protagonista di una telenovela in eterno conflitto con il mondo.

La ragazza, alla fine, scappa via.
Letteralmente.
Lascia le chiavi e dice: “Non ce la faccio più, me ne vado.”

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Io rimango con la “madre” — ora unica inquilina — e il dilemma: lasciarla o darle un’altra possibilità?
Provo a parlarle, con calma.
Le spiego che deve moderare i toni, rispettare chi vive con lei.
Lei mi guarda con l’aria di chi si sente nel giusto, mi assicura che ha capito tutto.
E per un po’, effettivamente, sembra che le cose migliorino.

Mi sbagliavo.

Qualche mese dopo, si presenta un’altra coinquilina, anche lei russa, anche lei tranquilla.
Dopo pochi giorni mi scrive:

“Non so se ce la faccio a stare qui.”
“Perché?”
“La madre è… complicata.”

Tradotto: un incubo.

E come se non bastasse, a ottobre scade il contratto.
Nel frattempo è arrivata pure un’altra signora — amica della coinquilina disperata — e naturalmente, anche con lei, la “madre” non si prende.
Litigano su tutto.
Ieri, ad esempio, per delle zucchine.
Sì, avete letto bene: zucchine.
Urlavano per dei vegetali come se si stessero contendendo un’eredità milionaria.

Le due inquiline “sane” mi hanno chiamato: o mando via la madre, o se ne vanno loro.
E io, sinceramente, non so più che fare.

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Da un lato, mi dispiace: non è mai facile cacciare qualcuno, soprattutto una persona sola, con un passato difficile.
Dall’altro, non posso continuare a perdere inquiline buone per colpa sua.

Mi sento come il giudice di una sitcom che non ha chiesto di girare.
La casa è mia, ma il dramma è tutto loro.

E ogni volta che il telefono squilla e vedo il numero di quell’appartamento, mi preparo al peggio:
una discussione per le stoviglie, un litigio per il bucato, una guerra per l’olio d’oliva.

A ottobre scade il contratto.
Forse la soluzione è semplice: non rinnovare, chiudere tutto, respirare.
Ma qualcosa mi dice che, anche allora, lei troverà un modo per chiamarmi.

Magari per dirmi che qualcuno le ha rubato le zucchine.

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