Fino a qualche anno fa mio padre viveva da solo nella nostra seconda casa al mare.
Con il passare del tempo riuscire a vederci era diventato sempre più complicato, un po’ per i nostri impegni, un po’ per la distanza che spesso rendeva difficili gli spostamenti, soprattutto per lui.
Ogni volta bisognava organizzarsi, trovare una giornata libera, affrontare il viaggio e sperare che non ci fossero imprevisti, così finivamo per trascorrere insieme molto meno tempo di quanto avremmo voluto.
Poi mio padre aveva iniziato a confessarmi una cosa che, probabilmente, per orgoglio aveva tenuto dentro per parecchio tempo.
Soffriva la solitudine.
Viveva al mare, in un posto bellissimo, ma per gran parte dell’anno le case intorno erano vuote, le giornate sembravano non finire mai e, soprattutto durante l’inverno, quel silenzio che per qualcuno poteva sembrare rilassante era diventato pesante.
Anche per me la situazione non era semplice.
Se lo chiamavo e non rispondeva, iniziavo immediatamente a preoccuparmi, magari era soltanto in giardino, sotto la doccia oppure aveva lasciato il telefono in un’altra stanza, ma nella mia testa, nel giro di trenta secondi, si erano già verificate almeno dodici tragedie diverse.
Così, un giorno, ho deciso.
Gli ho telefonato e gli ho detto:
«Prepara le valigie, metti insieme le tue cose e aspettami, vengo a prenderti.»
Lascia una risposta