Abito in un condominio dove il parcheggio è a disposizione di tutti, il che, in teoria, dovrebbe voler dire “pace e convivenza civile”. In pratica, invece, significa “guerra fredda quotidiana per ogni centimetro di asfalto”.
Stamattina, appena metto piede fuori di casa per andare a fare una commissione, mi imbatto nel mio vicino — che definirlo “preciso” sarebbe un insulto all’aggettivo stesso. È lì, curvo come un geometra in missione, metro alla mano, intento a misurare la distanza tra la mia macchina (una scatoletta con quattro ruote e un volante, niente di epico) e il bordo della strada.
Non aveva un taccuino in mano, ma giuro che me lo immaginavo pronto a fare un rilievo catastale del parcheggio.
Appena mi vede, come un cobra che ha individuato la preda, scatta. Mi si piazza davanti, a pochi centimetri dal naso, e comincia a urlare come se stessi per demolire il condominio:
— Ha parcheggiato troppo avanti! Un paio di centimetri! Non si fa!
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