A circa 50 metri da casa mia c’è questo enorme complesso di vecchie case.
Una volta, forse, erano abitazioni dignitose, magari con cortili pieni di voci. Ora invece sembrano scenografia di un film post-apocalittico: muri scrostati, tetti sfondati, finestre senza vetri. Da un lato addirittura è crollato tutto, lasciando un vuoto che fa sembrare l’intero blocco pronto a cadere con la prima folata di vento.
Abbandonato da anni, senza la minima manutenzione, è diventato il paradiso dei topi. E, come insegna la natura, se ci sono i topi arrivano i gatti.
In zona ne girano parecchi, randagi e non, e tra questi c’è anche il mio.
E proprio lui, il furbone, ha deciso di inseguire un topo oltre la soglia della struttura. Risultato? Intrappolato dentro quel labirinto fatiscente.
Io, agitata, lo chiamo da fuori. Mi affaccio, batto le mani, cerco di attirarlo. In quel momento passa il proprietario dell’immobile.
Lo fermo, gli spiego la situazione, sperando in un minimo di collaborazione.
E lui, con una calma glaciale, mi dice:
“Guardi, non si avvicini troppo, lì c’è rischio per la sua incolumità. E poi… sono fatti del gatto.”
Tradotto: se si rompe il collo, problema suo.
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