Alle tre di notte sto accompagnando in macchina mio figlio che urla. Nel tragitto ha sbattuto alcune porte e adesso siamo sotto le finestre dei vicini. Lo porto via per cercare di calmarlo, ma so che, nel frattempo, probabilmente ho svegliato qualcuno.
Se nel quartiere esiste una classifica dei vicini da incubo, temo di sapere chi ci mettono in cima.
Mio figlio si chiama Mattia, ha quindici anni ed è un ragazzone autistico che non parla. Questo, però, non significa che sia silenzioso.
Viviamo in una porzione di quadrifamiliare con un piccolo giardino. Avrei voluto una casa singola, isolata, dove affrontare certe giornate senza preoccuparmi continuamente di chi c’è dall’altra parte del muro. Per ora siamo qui.
Nel quartiere si lotta ogni giorno per un parcheggio. Noi abbiamo il posto riservato per la disabilità di Mattia.
Non me ne vergogno: ci serve. Ma, vedendo quanto sia difficile trovare spazio, ogni tanto mi domando se qualcuno guardi anche quello con insofferenza. È un mio pensiero, non una cosa che mi abbiano detto apertamente.
Il parcheggio, comunque, è la parte più silenziosa della nostra presenza.
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