Qualche settimana fa uno dei condomini del palazzo se n’è andato.
Fin qui tutto normale.
Trasloco, scatoloni, rumore di mobili trascinati, le solite cose.
Peccato che questo genio, prima di sparire, abbia deciso di lasciare dietro di sé anche la gatta.
Abbandonata nel cortile.
Così.
Come si dimentica un vaso sul balcone.
La povera bestia per i primi giorni era completamente spaesata, girava avanti e indietro miagolando, si avvicinava alle porte appena sentiva un rumore, guardava chiunque passasse con quell’aria da:
“Scusa… ma il mio umano dov’è?”
E faceva una tristezza assurda.
Non era una gatta abituata alla strada.
Si vedeva subito.
I randagi del quartiere almeno sanno arrangiarsi, questa invece era palesemente cresciuta in appartamento, probabilmente sul divano, al caldo, col cibo servito nella ciotolina.
Infatti non sapeva neanche dove cercare da mangiare.
Una signora del condominio allora decide di mettere due ciotole dietro l’inferriata della finestra del magazzino all’ingresso della palazzina, una per l’acqua e una per il cibo, in un angolino dove non davano fastidio a nessuno.
Letteralmente a nessuno.
Non in mezzo al passaggio.
Non davanti alle scale.
Non dove qualcuno potesse inciamparci.
Dietro una grata.
La gatta andava lì ogni tanto, mangiava, beveva e poi tornava a gironzolare nel cortile cercando attenzioni e probabilmente pure il padrone che l’aveva mollata come un sacco dell’umido.
Io ogni volta che uscivo mi fermavo a coccolarla.
Le controllavo l’acqua.
Le sistemavo le ciotole.
Le facevo due carezze.
Era impossibile ignorarla.
E soprattutto era impossibile lamentarsi di lei, perché non sporcava, non puzzava, non dava fastidio a nessuno.
La situazione va avanti quattro giorni.
Quattro.
Tenete a mente il dettaglio perché è importante.
Il quinto giorno mia madre riceve una chiamata dall’amministratrice.
Già dal tono si capiva che stava arrivando una rottura di scatole cosmica.
Pare che la VdM del piano di sotto si fosse lamentata delle ciotole della gatta.
Secondo lei “stazionavano all’ingresso da due settimane”.
Due settimane.
La gatta era stata abbandonata quattro giorni prima.
A meno che non avessimo sviluppato il teletrasporto temporale, qualcosa non tornava.
La gattina abbandonata
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